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Sardegna Segreta: Viaggio tra Giganti, Fate e Dune di Sabbia (Oltre il Solito Mare)

Chiudete gli occhi per un secondo. Se vi dico "Sardegna", cosa vedete? Scommetto che state immaginando acque turchesi che fanno invidia ai Caraibi, yacht bianchi ormeggiati a Porto Cervo e magari un aperitivo al tramonto.

Non fraintendetemi, quella Sardegna esiste ed è meravigliosa. Ma fermarsi lì è come andare a Roma, guardare il Colosseo da fuori e dire: "Ok, visto tutto, andiamo a casa". C’è un’altra isola, più antica, più silenziosa e decisamente più misteriosa, che si nasconde appena voltate le spalle al mare. È una terra di pietre che parlano, di carnevali che sembrano riti sciamanici e di leggende sussurrate dal vento di Maestrale.

Oggi lasciamo l’asciugamano in borsa e andiamo a scoprire l'anima ancestrale di questa terra. Pronti a scoprire perché la Sardegna non è un luogo di vacanza, ma uno stato d'animo?

 

Quando il Carnevale fa un po’ paura (ma è bellissimo)
Dimenticate i carri allegorici colorati, le stelle filanti e le maschere sorridenti. Nel cuore della Barbagia, e precisamente a Mamoiada, il Carnevale è una cosa seria. Dannatamente seria.

Qui, la festa ha un sapore tragico e ipnotico. I protagonisti sono i Mamuthones: figure curve, vestite di pelli di pecora nera, con il volto coperto da una maschera di legno scuro e triste, che portano sulla schiena 30 chili di campanacci. Si muovono a ritmo, con un passo cadenzato che fa risuonare la terra. Intorno a loro danzano gli Issohadores, con maschere bianche e giubbe rosse, che "catturano" gli spettatori con una fune.

Non è uno spettacolo per turisti; è un rito che si perde nella notte dei tempi, forse legato alla fertilità della terra o alla cacciata degli spiriti maligni. Assistere alla loro sfilata non vi farà ridere, vi farà venire la pelle d'oca. È un’esperienza che vi connette con un passato primordiale che in altre parti d'Europa abbiamo dimenticato, ma che qui respira ancora forte.

 

Le case delle Fate: Attenti a non farle arrabbiare
Se guidate verso l'interno, noterete spesso delle piccole cavità scavate nella roccia, simili a finestrelle. Gli archeologi, persone molto serie, vi diranno che sono sepolture preistoriche chiamate Domus de Janas. Ma provate a chiedere a un anziano del paese seduto al bar.

Vi dirà che quelle sono le case delle Janas, minuscole fate (o streghe, a seconda dell'umore) dalla pelle delicata che uscivano solo di notte per non bruciarsi al sole. Secondo la leggenda, le Janas tessevano fili d'oro e d'argento su telai preziosi e custodivano tesori immensi. Erano benevole, ma guai a contraddirle: potevano trasformare il carbone in oro per chi le rispettava, o trasformare in cenere i tesori di chi cercava di derubarle.

Visitare una Domus de Janas al tramonto, quando la luce si fa dorata e il silenzio è rotto solo dal belato di qualche pecora in lontananza, ha un effetto strano. Anche il più scettico dei viaggiatori si ritroverà a sbirciare dentro quei buchi nella roccia, giusto per controllare che non ci sia qualche luccichio sospetto.

 

Il Sahara d’Italia: Le dune di Piscinas
Cambiamo completamente scenario. Ci spostiamo sulla Costa Verde, nel sud-ovest. Qui la Sardegna decide di travestirsi da Africa. Immaginate di camminare e trovarvi davanti a montagne di sabbia dorata alte fino a 60 metri. Sono le Dune di Piscinas, un deserto in miniatura, vivo e mobile, modellato dal Maestrale.

È un luogo selvaggio, dove la macchia mediterranea – ginepri secolari piegati dal vento, lentischi e ginestre – combatte per guadagnare spazio sulla sabbia. Non ci sono stabilimenti balneari alla moda con la musica unz-unz. C’è solo il rumore del mare (che qui è spesso impetuoso e magnifico) e la sensazione di essere ai confini del mondo. Un consiglio? Andateci al tramonto. Il sole che scende dietro le dune crea giochi d'ombra che sembrano usciti da un film, ed è il momento perfetto per sentirsi piccoli di fronte alla natura.

 

L'elisir di lunga vita (e non è solo l'aria buona)
C’è un motivo se la Sardegna è una delle cinque "Blue Zone" al mondo, ovvero i luoghi dove si vive più a lungo (e dove ci sono più centenari). Il segreto? Sicuramente l’assenza di stress, l’aria pulita e il camminare molto. Ma a noi piace pensare che il vero segreto sia a tavola.

Non potete tornare a casa senza aver assaggiato il vero "oro sardo": no, non i gioielli di filigrana, ma il Cannonau. Si dice che questo vino rosso, robusto e profumato, contenga una quantità di polifenoli tale da mantenere giovani le arterie (e felice lo spirito). Abbinatelo a un pezzo di Pecorino stagionato, un po’ di Pane Carasau con un filo d’olio e, se siete fortunati, ai Culurgiones (ravioli chiusi a spiga ripieni di patate, pecorino e menta).

La cucina sarda non è fatta per chi è a dieta, ma per chi vuole nutrire l'anima. È un rito di ospitalità. Se un sardo vi invita a pranzo, non rifiutate mai. E soprattutto, non provate ad alzarvi da tavola prima di aver finito il Mirto. Sarebbe un'offesa imperdonabile.

 

La Sardegna non è un’isola che si visita. È un’isola che si "sente". Si sente nel calore delle pietre dei Nuraghi, che stanno lì da 3500 anni a guardarci passare. Si sente nell'ospitalità della gente, che all'inizio può sembrare chiusa come il territorio, ma che una volta aperta è generosa come poche.

Quindi, la prossima volta che prenotate una vacanza qui, fatevi un regalo. Dopo aver fatto il bagno in quel mare cristallino, prendete la macchina, girate le spalle alla costa e guidate verso l'interno. Perdetevi. Chiedete indicazioni a un pastore. Cercate le fate. Perché il mare della Sardegna vi abbronzerà la pelle, ma è la sua anima di pietra e leggenda che vi cambierà il cuore.

 

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